“A Prato, dove tutto va a finire…”
“Babbo, per Halloween vorrei se possibile questo vestito che ho visto su Shein, ti mando il link…”
Questo messaggio arriva da una preadolescente della cosiddetta “Generazione Alpha”. Se proviamo ad analizzare, senza pretese o presunzioni pedagogiche, il testo possiamo cogliere alcuni aspetti del nostro tempo piuttosto interessanti.
Ci troviamo di fronte ad una digitalizzazione diffusa e quotidiana che coinvolge tutte le fasce della popolazione, a partire dai più giovani. Il messaggio viene infatti inviato tramite Whatsapp con un collegamento istantaneo per poter eventualmente acquistare il prodotto richiesto.
Si parla di Halloween, una festa recentemente “importata” da tradizioni che non fanno parte del nostro bagaglio culturale ma che ormai sono entrate a pieno titolo, volenti o nolenti, nell’uso e costume di buona parte della popolazione italiana.
Per la ricerca di un prodotto di abbigliamento ci si è rivolti ad una piattaforma che vende articoli a basso costo di cui si conosce il sito (ma non il modello industriale e di distribuzione) fin dalla più giovane età attraverso il passaparola tra ragazzi o la pubblicità massiva su piattaforme come Youtube o Tiktok.
Se prendiamo spunto da questo esempio possiamo mettere in evidenza come la distanza fisica e temporale tra una esigenza locale (un vestito) e una realtà globale (una piattaforma che vende in tutto il mondo) si sia estremamente ridotta, in particolar modo per le generazioni più giovani (ma non solo).
Nel messaggio da cui siamo partiti troviamo anche la parola “Babbo”. Una parola che ci contraddistingue come toscani, che va al di là di un link, di una maglietta di cotone che parte dall’altra parte del mondo per arrivare in un locker posizionato fuori da un benzinaio. Due sillabe che ci legano ad una tradizione, un ingegno,
una storia che ci caratterizzano in modo unico rispetto a tante altre regioni europee e non solo.
Il distretto tessile di Prato vive all’interno di questa “unicità”. Un modello che nei secoli ha trovato modi e modalità di adattamento a tutte le fasi storiche e che ancora oggi conserva nelle sue vene (che prima erano “gore”) un patrimonio culturale, sociale ed economico che non possiamo permetterci di perdere o peggio ancora non difendere o non tramandare. Non possiamo allo stesso tempo pensare di arroccarsi in romantici ricordi di tempi, anche recenti, in cui buona parte della città lavorava all’unisono, giorno e notte, ai macchinari delle grandi fabbriche così come nel piccoli laboratori posti nel retro delle case dei centro o della periferia. Dobbiamo confrontarci con il mondo attuale, quello del messaggio della bambina della “Generazione Alpha” , così come con la realtà della città che vede ormai l’80% del settore delle confezioni gestito da non italiani. E’ in questo contesto, globale e locale, in cui possiamo e dobbiamo far emergere tutto ciò che ci differenzia da qualsiasi altro distretto industriale europeo. Possiamo vedere come in poche centinaia di metri ci troviamo di fronte la statua di Datini, posta al centro della piazza sovrastata dal palazzo Pretorio simbolo di una fiera storia di governo autonomo della città, e la sede di un’università australiana che tra tutte le città del mondo ha scelto proprio Prato per far vivere ai suoi studenti un’esperienza formativa in Italia. Se dall’Australia, anche grazie alla scoperta dei tesori “nascosti” della città, hanno scelto Prato come “ Our centre helps academics connect to major research networks, and develop industry partnerships, especially in Europe” possiamo forse esimerci da un confronto che ci ponga in equilibrio tra la nostra tradizione e le sfide “globali” che dobbiamo affrontare per difendere, far evolvere e sviluppare il nostro distretto?
Il distretto tessile pratese esporta in 150 paesi (La maggior parte in Europa ma anche negli USA, in Cina e in Marocco) per un valore di beni pari a 2,34 miliardi di euro nel 2023, grazie a 2500 attività e 18000 addetti. Questi volumi, vitali per il tessuto sociale ed
economico della città e della regione, si scontrano con gli ultimi dati Istat che vedono un calo della produzione industriale del distretto nel 2024 del 10,5% in un anno e del 25% su biennio. Le recenti approvazioni di cassa integrazione in deroga sono sintomo e conseguenza di una crisi del distretto nel suo complesso che coinvolge anche le aziende cinesi (il 40% secondo la Cna World China).
Visti questi numeri e volumi non possiamo pensare che la soluzione a questa situazione possa essere semplicemente trovava dal “mercato” ma è evidente quanto la Politica debba esprimere in questa fase tutto il suo valore in termini di efficienza ed efficacia nel breve periodo così come di lungimiranza e progettualità nel medio e lungo termine. Prossimamente entreranno in vigore alcune normative europee che andranno ad impattare su tanti aspetti organizzativi e produttivi del distretto, solo per fare due esempi: direttiva 2008/98/Ce sullo smaltimenti dei rifiuti tessili (Gennaio 2025) e il Digital Product Passport (2030). Cosa possiamo fare per scovare le opportunità fornite da queste, ennesime, norme europee e dare un esempio plastico di come lo Spirito di un territorio possa adattarsi al passaggio degli eventi cogliendo nuova forza e vitalità che possa resistere nel tempo in modo sostenibile e duraturo? Prato non è e non sarà mai Panyu, ma dal confronto con i modelli di questi distretti, che pur si rivolgono a fasce diverse da quelle medio-alte della nostra realtà produttiva, possiamo cogliere alcuni aspetti positivi in linea con il nostro modello industriale di sviluppo? Confrontandosi con queste realtà globali variegate dove lo Stato svolge un ruolo centrale, se non totalitario, nel governare l’economia del paese, non possiamo rimanere così permetterci di rimanere inerti nel subire passivamente scelte e decisioni “altrui”: l’accumularsi di normative europee, l’attesa di possibili innovazioni tecnologiche americane, la crescita di un mercato globale sempre più vasto ma sempre più saturo di realtà che propongono prodotti di medio-bassa qualità presentati in modo accattivante e massivo in termini di comunicazione. Realtà che allo stesso tempo operano attraverso un forte impatto socio-economico (cicli produttivi basati
su manodopera a basso costo che inferisce sia a livello locale che globale) e ambientale (modalità di produzione non compatibili con qualsiasi normativa ambientale nazionale o europea).
“A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo” Così scriveva Malaparte.
Il tasso di riciclo del settore tessile in Italia è pari solo all’1% con 160 mila tonnellate raccolte nel 2023. A Prato ogni anno convergono circa 22 mila tonnellate di scarti tessili che vengono rigenerati e reimmessi nel mercato.
Di fronte a questa eccellenza del territorio, in un contesto globale in cui è un settore importante di mercato a richiedere prodotti di questo tipo, quali sono le azioni che la Politica può mettere in campo per far diventare il nostro distretto la “Silicon Valley” di ogni aspetto del ciclo di produzione dei tessuti o di capi finiti?
Non a caso abbiamo citato prima il Digital Product Passport. Non possiamo pensare che ogni azienda del territorio possa fare “per sé” come se la presenza o meno di una attività produttiva sul territorio sia solo una questione imprenditoriale “privata” senza un impatto sociale ed economico che riguardi tutta la comunità. La Politica, ed i suoi rappresentanti, nei prossimi mesi ed anni dovranno accompagnare il territorio con proposte organiche che possano mettere al centro tutta la rete produttiva del territorio, le sue infrastrutture, l’istruzione tecnica e professionale, le politiche sociali, industriali e del lavoro in modo da creare un’eccellenza che comunichi a livello mondiale la qualità del lavoro del distretto tessile pratese.
Prato che, rispetto a tutte le altre realtà produttive simili sparse per il mondo, ha fatto del riciclo non solo uno slogan da “piazza” ma una “modalità” di invenzione, innovazione e sviluppo di una città e di un regione non può oggi perdere questa occasione di essere un punto di riferimento realmente “glocale” per uno dei settori, come il tessile, che più contraddistingue la nostra nazione nel mondo.