Il ritorno di Trump e l’Europa senza difese: un’opportunità per l’Italia
Tutti sappiamo che uno starnuto a Pechino può provocare una tempesta in Europa, ma è importante guardare con realismo anche allo tsunami che potrebbe abbattersi se Donald J. Trump tornerà alla Casa Bianca. Non tanto per le sue celebri provocazioni, ma per la sua visione politica e per le azioni che intraprenderebbe, senza remore, con una determinazione rinnovata dal sostegno dell’establishment economico e finanziario.
Trump si concentrerebbe probabilmente su una strategia per rendere l’America nuovamente forte (MAGA), agendo pragmaticamente sui prossimi quattro anni con una politica volta a dividere sul piano internazionale e crescere sul piano interno. Ciò potrebbe comportare, tra l’altro, l’imposizione di tariffe addizionali sui beni importati, con aumenti variabili dal 10% fino al 60%. In questo scenario, l’Europa, come blocco, si troverebbe impreparata a rispondere.
L’Unione Europea appare infatti oramai rassegnata e priva di una strategia comune per rispondere a un cambiamento così significativo negli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti adotteranno misure protezionistiche, il futuro europeo potrebbe vedere, piuttosto che una risposta unitaria, un ritorno alle relazioni bilaterali tra gli Stati membri e Washington, poiché la struttura comunitaria sembra incapace di adattarsi rapidamente a tali cambiamenti. Il vantaggio competitivo, perciò, sarà tutto degli stati-nazione otto-novecenteschi che ancora permeano profondamente il substrato europeo.
Le parole di Honoré de Balzac e del generale Gordon Sullivan – “La rassegnazione è un suicidio” e “La speranza non è una strategia” – riassumono bene la situazione della UE. Di fronte al ritorno di Trump, l’Unione Europea avrebbe bisogno di una leadership forte, di un programma comune e di relazioni coese tra i suoi membri per fronteggiare lo shock di una nuova politica estera americana. Tuttavia, al momento, mancano questi tre elementi essenziali.
L’effetto probabile di un secondo mandato di Trump sarebbe quindi una paralisi dell’UE e il rafforzamento di rapporti bilaterali disordinati tra i singoli Stati e gli Stati Uniti, per garantire vantaggi economici immediati, come la mitigazione dei dazi su settori strategici.
Sebbene i padri fondatori dell’Europa – di Francia, Italia e Germania – avessero sognato un’unione forte e unita, la realtà attuale evidenzia al contrario le difficoltà dell’UE nel dotarsi di una difesa comune, di un bilancio solido e di un mercato dei capitali unico. L’assenza di questo salto istituzionale, essenziale per ambire a un ruolo di player internazionale, apre la porta a una possibile disgregazione dell’Unione, un processo che la nuova presidenza Trump potrebbe accelerare.
In questo scenario, però, si apre anche una finestra di opportunità per l’Italia, guidata da Giorgia Meloni: sfruttare l’occasione per ottenere vantaggi competitivi e di consolidare rapporti privilegiati con Washington, vantaggi al contempo immediati e strategici, consolidando la propria posizione, pur rinviando a un futuro più stabile l’idea di un’Europa realmente coesa.