La crisi sociale in Corea del Sud come premonizione di un futuro presente

La crisi sociale in Corea del Sud come premonizione di un futuro presente

In Corea del Sud, la solitudine è diventata un’epidemia silenziosa. Un numero crescente di persone, soprattutto uomini, muore senza nessuno accanto. Questo fenomeno, oggi identificato con un termine specifico, rivela una crisi profonda in una società che ha sempre messo al centro la realizzazione personale.

Apparentemente, il raggiungimento di obiettivi individuali sembra sinonimo di successo. Ma, quando conduce a solitudine e isolamento, possiamo davvero considerarlo un valore? La domanda diventa urgente guardando alle generazioni digitali, in particolare a chi sarà cresciuto con un rapporto simbiotico con l’intelligenza artificiale. Non stiamo forse assistendo alla nascita di una solitudine del terzo millennio che, pur alimentata dal progresso, sfugge a qualsiasi tentativo di soluzione?

Rivendico, personalmente, il diritto a restare “analogico,” pur utilizzando le tecnologie digitali per migliorare la qualità dei rapporti e le prestazioni. Ma possiamo davvero considerare il digitale, e la crescente fusione con l’intelligenza artificiale, come traguardi irreversibili? I vantaggi sono indubbi, ma sono sufficienti a giustificare una trasformazione così radicale della società, al prezzo del declino delle comunità e della famiglia, delle amicizie profonde, stabili, durature?

Questa domanda si estende anche al ruolo dello Stato e alla sua capacità di intervenire. Possiamo davvero affidarci alle politiche sociali per prevenire gli effetti di una crescente disconnessione relazionale? La società potrebbe assistere alla nascita di uno “Stato caregiver,” sorretto da professionisti ibridi: consulenti, assistenti sociali, medici, tutti impegnati a trattare i nuovi malesseri di un’umanità sempre più dematerializzata e digitalizzata. Tecnologie e piattaforme offriranno nuovi modi per connettersi e fornire assistenza. Ma sarà davvero abbastanza?

In questo contesto, lo Stato potrebbe dover promuovere spazi di incontro reale e attività in presenza – giardinaggio, sport, giochi da tavolo, club del libro – per ricostruire un senso di comunità sempre più fragile. Farsi carico, Lui, di tornare ad essere ed esserlo veramente “analogico”!

In Corea del Sud, il fenomeno degli hikikomori (persone che scelgono di ritirarsi dalla vita sociale) è in aumento: nel 2022 si contavano circa 244.000 casi, mentre le morti in solitudine continuano a crescere, soprattutto tra gli uomini. Il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione peggiorano ulteriormente la situazione.

L’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite rendono la situazione ancora più complessa. Cambiamenti demografici, famiglie unipersonali, ridotte interazioni sociali e l’effetto amplificatore dei social media, che favoriscono l’isolamento e alimentano sentimenti di inadeguatezza, stanno trasformando la solitudine in una vera piaga sociale. In una cultura competitiva e orientata al successo (la loro o la nostra?), la mancanza di realizzazione personale può trasformarsi nel primo passo verso l’autoemarginazione, in cui il “fallimento” diventa un fattore integrante dell’identità.

Forse, allora, il vero progresso non sarà il digitale, ma consisterà nella riscoperta di connessioni analogiche fortemente autentiche, stabili, durature e di un senso condiviso di appartenenza, di

comunità, di famiglia, oltre la promessa di un mondo sempre più brillante, ma sempre più virtuale.